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COME SMETTERE DI ALLATTARE SENZA PRENDERE LE PASTIGLIE

In passato mi è capitato di dover scrivere per altri  siti sulle modalità per smettere di allattare. Sappiamo bene però che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare  e smettere di allattareche quando poi tocca a te,  tutte le lezioni imparate svaniscono all’improvviso. Già allora però questa storia delle pillole mi era piaciuta poco. E’ vero che quello che si legge in Rete va sempre preso con le pinze, ma se una cosa ti fa andare via il latte così, dall’oggi al domani, proprio bene non deve fare, no? Ne ho sempre sentito parlare come una  bomba di ormoni  (di estrogeni, in particolare). Non sono un medico, ripeto, ma quando sarebbe arrivato il momento, mi ero ripromessa di non usarle. La gravidanza e la maternità mi hanno insegnato a fidarmi del mio corpo, che la natura è pressochè perfetta.

E poi diamine: come ha fatto il genere umano ad andare avanti prima dell’avvento dei grandi gruppi farmaceutici?

Quindi quando si può evitare, evitiamo!

Ebbene quel momento è arrivato e, dopo un certo sconforto iniziale che quasi mi aveva convinto a fare ricorso alle pastiglie, ecco che dopo due settimane dallo stop, ce l’ho fatta! Il latte è andato via.

Eh sì! Il percorso “naturale” è più lungo e doloroso. Soprattutto se parliamo di una mamma che, come me, ha allattato per 25 mesi la sua bambina. Il latte va via gradualmente e la produzione resta immutata per i primi giorni. Anche se non allatti.

Tutto questo si traduce in continui, piccoli, ingorghi da sciogliere manualmente. Ecco il mio percorso personale, grazie al quale sono riuscita a interrompere una produzione abbondante e continua di 25 mesi di allattamento (durante i quali la piccola mi chiedeva il latte anche 15 volte al giorno).

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I primi due giorni ho lasciato il seno libero, senza fasciarlo e ho lasciato che il seno si abituasse a questo nuovo status. Mi spremevo il latte in eccesso solo quando sentivo il seno un po’ troppo teso e caldo. Il seno non è mai stato dolorante o con ghiandole e vene in rilievo. Se arrivate a questo stadio avete aspettato troppo a spremere. Per i primi giorni ho avuto bisogno di “allentare” il seno un paio di volte, avendo cura di sciogliere i nodulini di latte che si creavano.

Quando mi spremevo il seno lo facevo di solito sotto la doccia calda, per favorire lo sciglimento degli ingorghi. Inoltre massaggiavo anche con i pugni chiusi, dall’esterno verso il capezzolo…così da drenare il latte in eccesso e di “farlo scorrere” in maniera omogenea nei vari canali (così mi hanno insegnato al consultorio).

Quando spremete, cercate di drenare dalla base del seno, cercando di stimolare il meno possibile il capezzolo.

smettere di allattare

“Twin Breast Pump And Milk Bottles On White Background” by Keerati

Vi sconsiglio di usare il tiralatte perchè va a stimolare proprio il capezzolo, “cervello della produzione”. Usate le manine che sono anche più comode e uniche per andare a tastare proprio laddove c’è l’ingorgo.

Arrivata al terzo giorno, vedendo che le cose non miglioravano (forse esgeravo con la spremitura) mi sono fasciata il seno con una sciarpa. Così per alcuni giorni, notte e giorno, anche se di notte spesso e volentieri si spostava. Dal quinto/sesto giorno in poi ho iniziato a spremermi solo una volta al giorno. Mai tanto ma solo quanto basta per sciogliere tensione e/o eventuali ingorghi.

I piccoli ingorghi man mano sono calati ma, superata la settimana, ho avuto un po’ di scorramento, non lo nego. Ho quasi pensato di fare ricorso a queste benedette pastiglie: il latte era lì, non se ne andava; i seni non erano tesi ma pieni, con qualche pallina tattile all’interno. La fascia, dopo quasi una settimana mi ero rotta di metterla. Così ho provato a non spremermi più e a lasciare il seno così.

Una delle sue ultime poppate. Qui aveva compiuto due anni da poco più di una settimana

Una delle sue ultime poppate. Qui aveva compiuto due anni da poco più di una settimana

 

Beh ho avuto il seno dolorante per un 3/4 giorni – un po’ come quando crescono le ghiandole mammarie, all’inizio della pubertà – poi però basta!

Oggi, a distanza di due settimane dallo stop, il seno risulta molle al tatto, ancora un po’ infastidito ovviamente, ma non credo ci sia più latte dentro ormai. La produzione si è arrestata. 

Per smettere di allattare senza usare le pastiglie ti consiglio di:

  • non esagerare con le spremiture, ma solo quanto basta per togliere la tensione e il rossore (devi darci dentro per togliere l’ingorgo eh! Non andare troppo per la leggera…)
  • fare delle docce calde mentre ti spremi il seno
  •  evitare di smettere di allattare in prossimita del ciclo o dell’ovulazione: è un momento che favorisce la comparsa di ingorghi e tappi di latte
  • evitare di smettere di allattare in estate: il seno va tenuto fasciato e fa caldo e meglio se coperto (così il bambino lo vede meno!).

Te lo dico per esperienza 🙂 Io ho smesso in estate e in prossimità del ciclo, che mi ha fatto comparire un tappo di latte, risolto poi in un consultorio dove fanno sostegno all’allattamento (ma aiutano anche le mamme che stanno smettendo). Se ne hai uno vicino, fatti aiutare: è gratis ed è un luogo  dove conoscere e confrontarti con altre mamme.

COME TOGLIERE IL SENO A UN BAMBINO ALLATTATO A LUNGO

Quando ho deciso di smettere di allattare, pensavo che convincere mia figlia sarebbe stata un’impresa impossibile; dopo 25 mesi di allattamento a richiesta sapevo che non l’avrebbe presa di buon grado! Quelle poche volte che mi ero rifiutata di darle il seno o perchè avevo male ai capezzoli o perchè non era proprio il momento, mi aveva fatto delle scenate assurde: pianti disperati, urla distesa sul pavimento,ovunque e comunque. Alla fine l’aveva sempre vinta lei.

Io non sono mai riuscita a lasciarla lì, a piangere.

Però questa del seno era diventata davvero un’esagerazione. Dieci, quindici anche venti volte al giorno! Come per un bebè appena nato, per lei il seno era tutto. Solo che di mesi, lei, ne aveva 25! Ma questa volta ero decisa. Mi ero ripromessa che ai due anni avrei smesso di allattarla ed ero già in ritardo di un mese rispetto alla tabella di marcia.

COME HO SMESSO DI ALLATTARE

Ormai da tre settimane preannunciavo a Babyrisparmio l’arrivo della fatina del latte, “la fatina che passa a portare via il latte alle mamme dei bimbi grandi, che cedono il loro latte a quelli più piccolini…perchè diventino grandi come te!”. Ebbene lunedì 21 luglio questa benedetta fatina (ho usato questa bambola di stracci che poi ho fatto subito sparire!) è finalmente passata con tanto di candelina e rito magico, cui erano presenti anche il papà e la nonna …eccola qui mentre soffia sulla candelina!

Forse non era il momento più adatto, visto che da una settimana avevo una specie di ingorgo al seno che stranamente non riuscivo a risolvere, ma come dicevo, ormai ero decisa! I primi tre giorni mi sono trasferita da mia madre perchè sapevo che quelle notti sarebbero state terribili! Lo dico a voi per la prima volta, ma quella prima notte ho allattato la bambina: speravo che quell’ingorgo si sarebbe risolto massaggiando energeticamente per l’ennesima volta il seno mentre poppava (ma nulla!) e poi volevo godermi la mia ultima poppata. Stupidamente non avevo fatto una poppata d’addio. Così mentre la piccola era mezza “rinco”, al suo solito risveglio di metà notte, le ho dato il seno…e con la lucina del telefonino, l’ho guardata intensamente cercando di registrare il suo visino, i suoi movimenti. Ha fatto un bel pieno, fino a quando si è staccata, per quell’ultima volta che porterò sempre nel cuore. “Basta, è finita adesso – mi sono detta – non dovrò più cedere per non confonderla!“.

E così ho fatto.

Il giorno dopo sono andata al consultorio vicino casa mia (in via Oglio, a Milano, uno dei migliori per il sostegno allattamento e dove andavo a pesare la bimba una volta alla settimana i primi mesi!) e ho chiesto aiuto ad Antonia che mi ha letteralmente “strizzato” il seno per togliermi quello che in gergo viene chiamato “tappo di latte“, ancora più ostico dell’ingorgo. Simile alla vescica di latte, ma senza che si formi la “pallina” sul capezzolo (ovviamente in questi due anni ho avuto anche quella…).

Quando il bebè piccolo era lei...adesso grazie al latte che lei gli ha ceduto, tocca agli altri diventare "grandi"! :-)

Quando il bebè piccolo era lei…adesso grazie al latte che lei gli ha ceduto, tocca agli altri diventare “grandi”! 🙂

La cosa bella è che quando siamo arrivati al consultorio Babyrisparmio stava dormendo – era con mia mamma per evitare che vedesse il latte uscire dal mio seno – e quando si è risvegliata le abbiamo mostrato tutti quei neonati che ciucciavano dalle loro mamme, “i bebè piccoli cui  hai dato il tuo latte, amore! Sei proprio una brava bambina!”. Timig perfetto.

E lei sembrava tutta tronfia e orgogliosa.

Ciò nonostamte i primi giorni non sono stati semplici. La mia bimba mi ha chiesto il seno più volte al giorno  e le sue reazioni sono state dure: ai soliti pianti si sono aggiunte le mani in faccia e anche i morsi. Ultimamente è il suo modo di esprimere la rabbia. Dopo essersi guadagnata un bel morsicone in mezzo agli occhi all’asilo, da vittima è diventata carnefice. Mi consolo pensando che entrata nella fase dei “terrible two” e che sta attraversando la fase dei “no” e delle sfide. Però che sangue al cervello quando mi dava quei morsi….grrrrrrr!

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Come ho reagito ai suoi pianti? 

  • Ricordandole della fatina del latte, della promessa fatta, dei bimbi piccoli che avevano bisogno del suo latte;
  • spostandole le mani dal mio viso e quando il morso era troppo forte, oltre a sgridarla in maniera ferma, le ho dato anche un paio di sculacciate.

Ho sbagliato, lo so, ma sono umana. Ha continuato a chidermi il seno almeno per una settimana ma lo ha fatto ogni giorno di meno, sempre meno. Fino a quando poi all’ottavo giorno non lo ha fatto più o meglio…se lo ha fatto, al mio “no”, la sua reazione era di accettazione: serena, nemmeno troppo interessata. Ancora adesso il mio seno, per lei, è molto importante: lo accarezza, lo bacia e la sera per addormentarsi appoggia la sua manina nel mezzo. In fondo sono passate solo due settimane.

Mio marito, agli inizi, le dava ogni tanto il latte che mi tiravo dal biberon, così da concedermi una pausa parrucchiere. Evento molto raro...

Mio marito, agli inizi, le dava ogni tanto il latte che mi tiravo, così da concedermi una pausa. Evento molto raro…ma era bello vederlo partecipe a suo modo. A lui piaceva molto!

La prima settimana mi sono fatta aiutare da mia madre e mio marito, cui è spettato il compito di mettere a letto la bambina. Credo abbia sentito la mancanza del seno soprattutto la notte, perchè era lì – priva di alternative e dsitrazioni- che piangeva di più, per poi “accontentarsi” di un abbraccio fino ad addormentarsi stretta a me. Un suo abbraccio e tutto quello che era successo pochi istanti prima era solo un ricordo lontano. Per lei come per me.

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La chiusura del cerchio. A breve faremo una sorta di rito di chiusura, in cui la fatina ripasserà per farle i complimenti e dirle “brava”. In quell’occasione, le regalerò qualcosa di Peppa Pig o della Dottoressa Peluche, i suoi cartoni preferiti. Se l’è proprio meritato la mia cucciola!

5 STRATEGIE CHE MI HANNO AIUTATA

  1. L’unione fa la forza. Fatevi aiutare da chi vi sta vicino per distrarre il bimbo quando si avvicina a voi con quell’intenzione (che sapete riconoscere alla perfezione!)
  2. L’occasione fa l’uomo ladro. Evitate di addormentare voi il bambino nei giorni in cui state togliendo la tetta. La tetta serale è forse quella cui è più affezionato in assoluto. E forse anche voi…
  3. smettere di allattareOcchio non vede cuore non duole. Meglio non dormire eccessivamente scoperte: anzi copritevi proprio il seno.
  4. Chi si loda, non si imbroda Quando incontrate qualcuno, come il nonno, gli zii, amici stretti, raccontate anche a loro della fatina del latte davanti a vostro figlio, che “lui è tanto bravo perchè ha dato il suo latte ai bimbi più piccoli e che sta diventando grande ecc.”. Così facendo rinforzate la storia ai suoi occhi e lo “responsabilizzate” in maniera costruttiva (la mia, come vi dicevo, sembrava orgogliosa mentre guardava quei neonati) 🙂
  5. Con i se e con i ma non si va da nessuna parte. “Se lo allatto solo questa volta?”. Meglio di no, se avete deciso di smettere di allattare è importante non tornare sui vostri passi. Tenete duro, perchè poi il bimbo si confonde e lo farete solo arrabbiare di più. La sua richiesta calerà  gradualmente, non dal giorno alla notte. Fidatevi dei vostri bambini. Loro capiscono tutto!

SMETTERE DI ALLATTARE, COSI’ HO VINTO IL MIO SENSO DI COLPA

A volte mi sento ancora un po’ confusa anche se più vado avanti e più sento di aver fatto la cosa giusta. Ho smesso di allattare la mia bimba dopo 25 mesi di allattamento a richiesta. Proprio oggi sono due settimane. E’ stata un’esperienza meravigliosa quella dell’allattamento prolungato, ma dura. Non lo nego.

Non da tutte.

Non per tutte.

Se penso che ci sono mamme che smettono dopo una settimana “perchè mi fa male”, mi sento un’eroina; allo stesso modo, mi sento un po’ in colpa, sapendo che ci sono altre mamme che vanno avanti fino a quando è il bambino a non chiedere più il seno, a non averne più bisogno. Secondo natura.

Abbiamo cominciato così!

Abbiamo cominciato così: subito col piede giusto, senza problemi. Ovviamente ho avuto le ragadi  e faceva male come a tutte!

Eccoci in ospedale. La piccola si è attaccata subito. Ovviamente ho avuto le ragadi e mi faceva male, come a tutte!

La mia Babyrisparmio però – ne sono sicura – avrebbe fatto parte di quel gruppetto di bambini che vanno avanti a oltranza, magari fino ai 5 anni!

No! Non ce l’avrei fatta, non fa per me.

Già avevo raggiunto il mio limite. Una cosa che ho imparato da quando sono mamma è che non c’è una regola sola, che ogni mamma ha il proprio personale limite e che bisogna rispettare la diversità altrui, quelle dei bambini ma anche quella delle mamme. Trovare un equilibrio fra le due parti non è sempre facile ma possibile. Io, con i miei 25 mesi, credo di essere arrivata a un buon compromesso.

Per lei, in questi due anni, la suzione è stata tutto.

Ultimamente avevo come l’impressione di essere  per lei soprattutto una tetta e solo dopo la sua  mamma. Di sicuro ciucciare era anche il suo modo per dirmi “ti voglio bene”, per darmi un bacio o un abbraccio. Ma venire da me, alzarmi la maglietta, era divenuto il modo principale di relazionarsi a me, l’unico che avesse mai imparato. Ed ora cominciava a starmi stretto, ora che la vedevo fare tante altre cose…

E’ vero! Un po’ mi mancano i suoi sguardi mentre la allatto, quel verso che faceva un istante prima di afferrare il capezzolo quasi fosse stata un leoncino che agguanta la propria preda; le manine in faccia, le ditina che vogliono entrare nella mia bocca o “ravanare” anche l’altro seno. E poi le sue faccine estasiate, così goduriose… ricordo che girava gli occhi all’indietro prima di socchiuderli definitivamente e godersi il suo meritato relax, la sua “droga” quotidiana…

Sì, il mio seno era quasi una droga per lei. Non le bastava mai. Non una semplice coccola serale, come lo è per molte mamme che allattano a lungo i loro bambini. Io che trascorro l’intera giornata con lei, non ero solo la coccola, ma anche la bottiglia sempre aperta da cui bere, la voglia di dolce, quel languorino o il momento di noia da colmare. Insomma, mi chiedeva il seno anche ogni mezzora. Passava, mi vedeva e su la maglietta! E guai a non darglielo erano scenate pazzesche, pianti disperati, anche quando quelle volte il seno faceva male per colpa di qualche ingorgo o  per i capezzoli troppo “usati” .

Come farò a toglierle il seno se reagisce così? Non posso, soffrirà troppo” – pensavo sempre quando la vedevo piangere.

Leggere di mamme che avevano cominciato a dormire dopo aver tolto la tetta e la separazione forzata da mio marito da ormai un anno (costretto a dormire nell’altra camera per non essere svegliato 2-3 volte a notte), mi hanno dato la forza di trovare le motivazioni finali.

Non ultimo un dimagrimento eccessivo da parte mia e il fatto che la bimba non mangiasse mai in maniera regolare. Io sono una mamma che ha visto la propria figlia non mangiare anche per tre settimane consecutive, se non un cracker e uno yogurt al giorno. Vero è che in quel periodo si era fattauna bronchite importante ma per quanto una sappia che il bimbo allattato, può mangiare in maniera scostante, non ero preparata a tanto! Metteteci poi nonni, marito e co. che rincaravano la dose delle preoccupazioni…

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Quelle mamme in effetti avevano ragione. Da circa una settimana, forse più, la piccola dorme ora tutta la notte senza svegliarsi nemmeno una volta e mangia che è una bellezza. Ma è mia figlia? Ma sorpattutto: sono sempre io? Inutile negarlo, il sonno fa molto. Io mi sento più riposata e di conseguenza più serena.

Abbiamo finito così!

Eccoci al mare, lo scorso luglio. Io me ne sono sempre fregata degli sguardi altrui e cmq critiche vere e proprie non ne ho ricevute a parte qualche "battutina"

Eccoci al mare, lo scorso luglio. Io me ne sono sempre fregata degli sguardi altrui e cmq critiche vere e proprie non ne ho ricevute a parte qualche “battutina”

Forse se a lei fosse bastato il seno solo la sera, prima di andare a letto probabilmente saremmo ancora a guardarci negli occhi e farci le coccole così. Ci avevo pure provato diversi mesi fa a fare una cosa graduale, a ridurre…ma la mia piccola sembrava confusa e  non si accontentava solo di alcune volte dettate dalle regole di mamma.

Ma sapete qual è la cosa che ho davvero guadagnato da quando ho smesso di allattare?  I suoi baci e i suoi abbracci.

Se prima, magari mentre ero seduta al pc, veniva da me, mi alzava la maglietta e si “aggrappava alla botte”, adesso quell’abitudine è diventata un abbraccio in più, “un bacio forte forte alla mamma” – come le dico io.

Avevo propria voglia anche di questo suo lato, nella mia bimba, “sopito” dalla tetta. E’ stata una bella avventura e come tale la ricordo con gioia e tenerezza. Ma non la rimpiango.

Buon allattamento prolungato a tutte e un in bocca al lupo a chi ha deciso che è arrivato il momento di “appenderle al chiodo”. A queste mamme dico di non temere. La mia bimba è serena e non sembra assolutamente sentire la mancanza del seno: adesso ci gioca, lo accarezza, la notte vuole addormentarsi con la manina nel mezzo per toccarle…ma niente più pianti solo tante coccole! 🙂

Poi nessuno di voi conosce meglio il proprio figlio, valutate voi cosa è meglio e più funzionale per la vostra famiglia, pro e contro, chiedetevi “Come state?” e da quell’unica risposta, troverete tutte le altre.

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Gioielli, fiori e ristoranti: i mille modi di dire ti amo a San Valentino

Quanto si spende a San Valentino in Italia e nel mondo? E per quali regali?

Il paradosso di San Valentino? Che si tratta della festa più odiata dagli innamorati. Non c’è persona che non rinneghi a parole i festeggiamenti del 14 febbraio, ma che nei fatti non si comporti poi diversamente. Non esiste modo infatti, di sottrarsi alle 24 ore dedicate all’amore. Ovviamente negozianti e supermercati in genere, non stanno certo a guardare, e le promozioni dedicate alle coppie non mancano su nessun volantino che si rispetti. Con questi presupposti, vediamo insieme una panoramica su quello che è il mercato di San Valentino.

San Valentino e il mercato americano

Che gli americani siano sempre propensi agli “eccessi” per qualsiasi festeggiamento, non è certo una novità. Quella di San Valentino è una data di importanza fondamentale per l’economia statunitense. All’inizio del 2018, la NRF (National Retail Federation) ha rilasciato alcuni dati riguardo a quanto mediamente ogni americano spende per la festa degli innamorati, cioè circa 143 dollari, per un giro d’affari complessivo di 19,6 miliardi di dollari.
Analizzando nel dettaglio le voci di spesa, il 55% degli americani ha regalato:

  • Gioielli, per un fatturato complessivo di 4,7 miliardi di dollari.
  • Una serata al ristorante o simili, per un fatturato di 3,7 miliardi di dollari.
  • Fiori, con una spesa totale di 2 miliardi di dollari.

Oggettivamente ci troviamo di fronte ad uno dei business più redditizi della storia.

San Valentino e il mercato italiano

Nonostante l’italiano “medio” sia meno propenso agli eccessi tipici dei festeggiamenti degli americani, anche nel nostro paese il business di San Valentino è piuttosto proficuo. In realtà in Europa i nostri connazionali si distinguono proprio per essere tra i più generosi con il proprio partner. Chiariamo subito che le indagini in questo frangente, in Italia sono decisamente più frammentate. Una delle ricerche più attendibili in grado di fornire un quadro chiaro della situazione, è quella condotta da Mastercard.

L’indagine portata avanti dal noto circuito di pagamenti, si è soffermata su un arco temporale di tre anni, ovvero dal 2015 al 2017, nei giorni che vanno dall’11 al 14 febbraio. Durante questo triennio, la spesa è aumentata addirittura del 50%, mentre il numero di transazioni con carte di credito, prepagate e carte di debito è aumentato del 100%.

Ma non finisce qui. La Fipe, ovvero la “Federazione italiana dei pubblici esercizi”, ha messo a punto uno studio che ha rilevato come nel 2018, gli italiani che hanno deciso di cenare fuori casa, siano stati addirittura 5.3 milioni, con una spesa complessiva di 222 milioni di euro. L’incremento sulla base dell’anno precedente è stato del 7%.

Appurato come il settore delle cene, esattamente come quello degli spettacoli o dei viaggi romantici (+205% nel 2017), siano in netta crescita, anche quello merceologico non è certamente da meno. Come anticipato, non esiste negoziante o supermercato che non progetti delle promozioni specifiche per la festa degli innamorati. Bastano pochi click sul web per consultare magari un volantino Lidl o di altre note catene per trovare conferma della situazione.

quanto si spende a san valentino

San Valentino: i regali preferiti dagli italiani

Come anticipato, il settore delle cene, dei viaggi e degli spettacoli per il giorno di San Valentino, sta crescendo esponenzialmente per fatturato negli ultimi anni. Ma il comparto merceologico non è sicuramente da meno, e per alcuni “prodotti” l’incremento su base annua è decisamente corposo.

È questo il caso di chi ama dirlo con i fiori, che sempre secondo la ricerca condotta da Mastercard, ha portato la spesa complessiva ad aumentare dell’87%. Per quanto riguarda i gioielli, la crescita del fatturato è sicuramente più contenuta (+23%), ma comunque evidente. 

Ciò che invece è particolarmente indicativo di come le abitudini dei consumatori stiano mutando di anno in anno, è l’incremento delle spese effettuate online per la festa degli innamorati.

Sempre prendendo lo stesso triennio di riferimento, quindi 2015-2017, le transazioni negli shop online sono aumentate addirittura del 693%. Il dato attesta come finalmente l’Italia si stia mettendo in pari con il resto del mondo nello sfruttare le potenzialità del commercio elettronico, dal momento che la crescita globale è stata “solamente” del 136%. Meglio tardi che mai.

Italiani a San Valentino: quanto spendono?

Il Galateo è chiaro: a San Valentino offre l’uomo. I dati danno ragione alle buone maniere. La spesa media degli italiani innamorati è di 78 euro, ma mentre quella degli uomini è di 93 euro, quella delle donne è nettamente inferiore, attestata a 64 euro. Soffermando l’analisi sulla fascia di età che sembra spendere di più per il proprio partner, troviamo quella delle persone tra i 35 e i 44 anni: 87 euro.

Cupido, ma quanto mi costi?

spesa media a san valentino

GIMME 5, COME HO INVESTITO POCHI RISPARMI E GUADAGNATO QUASI IL 40%

“C’è qualcuno seduto all’ombra oggi, perchè qualcuno ha piantato un albero tempo fa”

(Warren Buffet)

L’altro giorno sentivo in radio la pubblicità di Banca Mediolanum; ai nuovi clienti offrivano un tasso di interesse del 2 % (lordo) sulle somme vincolate.

Aprire un conto deposito, ormai è cosa nota, significa versare una cifra in banca e non poterla toccare – pena la perdita degli interessi – per un periodo di tempo determinato (per esempio 3 o 6 mesi, 1 anno, 2 o magari 5 anni). Più lunga sarà la durata del deposito, maggiori saranno i frutti del nostro investimento. Fermo restando, che parliamo sempre di poca cosa.

I tempi in cui tutti investivano nei titoli di stato che fruttavano fino al 10 per cento annuo appartengono a un altro millennio.

Il conto deposito rende poco ma è sempre una garanzia.

Per cui, se sei un tipo iper prudente, che si accontenta, è un’ottima soluzione per te.

Della serie: pochi, maledetti e subito.

Se non pago cosa succede

La mia strategia di risparmio, tuttavia, al momento non li contempla perché quei pochi risparmi che ho da parte ho preferito investirli in azioni e fondi. Devo dire, con maggiore soddisfazione.

Che cosa sono i fondi di investimento?

Semplicemente un pacchetto – più o meno rischioso – di azioni, obbligazioni e magari valute estere, materie prime come l’oro, e poi petrolio ecc.

I fondi di investimento sono un’ottima soluzione per spalmare il rischio – mai esente! – perché normalmente un buon gestore sa come diversificare gli acquisti e parare eventuali perdite con altrettanti guadagni. Ma prima di approfondire la questione, voglio analizzarvi il mio portafoglio azionario ovvero titoli che ho acquistato, da sola, su mia iniziativa, in passato.

Attualmente possiedo quote di Poste Italiane ed Eni; con la prima sto guadagnando, con la seconda invece sto soffrendo (e in passato ho patito ancora di più arrivando a perdere quasi 800 euro!). Ho  acquistato 80 azioni ENI a un prezzo di carico di 17,53, che ora valgono 13,90, ciò significa che sto perdendo il 20,71 per cento. Non spaventatevi.

Guardate ora la tabella relativa a Poste dove azioni pagate 6,96 adesso valgono 10,35: una plusvalenza di 1187,37 euro (+48,73% rispetto a quanto ho investito inizialmente, non male vero?).

In pratica sto guadagnando il 28% (48,73-20,71 ovvero Poste- Eni).

Tutto questo non è accaduto da un giorno all’altro bensì in circa tre anni. Se avete fretta, lasciate perdere e abbandonate questo post. C’è anche chi guadagna (o perde) parecchi soldi in poco tempo come per esempio chi investe in Borsa nella stessa giornata somme molto elevate e si accontenta che le azioni salgano anche solo di pochi centesimi.

Provate a pensare a una società che la sera prima, a mercato chiuso, ha annunciato una grossa acquisizione oppure la chiusura di un contratto importante e che quindi, molto probabilmente, il giorno dopo registrerà un rialzo in Borsa come conseguenza di questa notizia.

Adesso guardate il grafico sotto con l’andamento del titolo Poste, in una giornata qualunque. Solo per farvi un esempio pratico.

Se avessimo a disposizione 50mila euro e acquistassimo il titolo Poste alle ore 10:49 a 10,23 cent e lo rivendessimo solo poche ore dopo, alle 13:21 a 10,36 cent, significherebbe aver guadagnato quasi  650 euro in appena tre ore.

Fate questo discorso tutti i giorni. Con più titoli, più soldi.

Ma aspettate.

Non è oro, tutto quel che luccica.

Nel senso che servono una marea di competenze per fare questo “giochetto” e a volte possono anche non bastare. Perché ci sono imprevisti che colgono di sorpresa anche chi, di lavoro, fa proprio questo: il gestore finanziario, che pure dedica TUTTO il suo tempo, con l’ausilio di software specialistici, allo studio del mercato azionario. Il gestore ama il proprio lavoro (perché son quelle professioni che devi per forza amare!), ha i contatti giusti eppure delle volte fallisce. Lui, però, a differenza nostra, dispone di tanti soldi, per cui solitamente se sbaglia da un lato, ci mette una pezza dall’altro.

Perché ricordiamolo: il mercato azionario contempla sempre dei rischi.

Il 15 novembre scorso Poste ha toccato gli 11,16 centesimi; se qualcuno avesse seguito il mio investimento, quel qualcuno probabilmente avrebbe venduto al mio posto.

Sarà che sono stanca di diventare matta dietro al computer e ora che mia figlia ha tre anni, il tempo è sempre meno.

Una modalità di investimento saggia è quella di delegare gli altri e lasciare che persone se ne intendono più di te, investano al tuo posto.

Già in passato vi avevo parlato di Gimme 5, una società di risparmio gestito che permette di investire a cominciare da soli 5 euro. Ovviamente un accantonamento di soli 5 euro mensili è praticamente inutile. Ma mentre in banca, quando decidiamo di investire in un fondo, di norma dobbiamo sottostare a un prelievo automatico fisso, qui siamo noi a stabilire le regole e decidere l’ammontare dei versamenti mese per mese. Se per esempio abbiamo dovuto pagare le spese condominiali straordinarie, possiamo decidere di saltare e non versare. Al contrario abbiamo ricevuto la 14esima? Allora possiamo pensare di mettere da parte qualcosa di più.

Il tutto, comodamente “manovrato” da un’app sul telefono, con una grafica semplice e intuitiva.

Gimme 5 esperienze

Se lo si desidera, ci si pone un obiettivo a breve o a lungo termine. E’ una cosa divertente che può aiutare a trovare la giusta motivazione e non perdere la costanza.

Io ho scelto il viaggio studio a Londra per le mie figlie, quando saranno più grandi e ho stabilito la cifra obiettivo di 4mila euro. Basteranno?

A limite mi farò aiutare dai nonni a momento debito, potendo invitare anche dei sostenitori per la causa (speriamo che accettino!).

Se osservate lo screenshot qui sotto del mio telefono, vedrete che ad oggi ho raccolto 1759 euro  (in realtà ne ho investiti 1615, il profitto è di 151 euro + 9,3% che se sommati ai 28 di prima, significa che rispetto al capitale investito inizialmente sto registrando un guadagno totale del 37 per cento). Ho cominciato a versare a maggio del 2017 e sono stata altalenante nei miei versamenti. Non tutti i mesi, ma quando potevo. Da qualche tempo però ho impostato la regola “50 euro al mese” che l’app preleva direttamente dal mio conto bancario con modalità RID (a lato vedete la performance media sul mese).

rendimento gimme 5 app

Ho scelto un fondo dinamico, a composizione mista, come spiegato bene nello screenshot successivo. Non è ad altissimo rischio ma nemmeno esente. A febbraio del 2019 una quota valeva 5,81, oggi ha un controvalore di 6,48 centesimi. A questo link del Corriere della Sera potete verificare voi stessi l’andamento dei fondi gestiti da AcomeA, la società che sta capo a Gimme 5: https://borsa.corriere.it/strumenti/ricerca-fondi?patternType=Name&pattern=acomea.

fondi gimme 5 consigli

Anche voi avete qualche obiettivo a medio-lungo termine come me?

Che so…il famoso viaggio della vita in Giappone, la macchina tra 4 anni, la cameretta nuova dei bimbi o la cucina?

Se desiderate anche voi cominciare a investire qualche risparmio, mese dopo mese, senza accorgervene e trovarvi un domani magari qualche soldo in più, potete scaricare l’app Gimme 5 e ricordarvi di inserire il codice MAMMARISPARMIO in modo da trovarvi i primi 5 euro in regalo. Questo è il link per registrarvi e scaricare l’app: https://5gimme5.acomea.it/app/register

In conclusione, qualche giusta riflessione prima di chiudere il discorso.

La domanda da porsi quando si intende investire i propri risparmi, o una parte di essi, fondamentalmente è questa:

“quanto sono disposto a perdere?“

Dobbiamo, infatti,  partire sempre dal presupposto che i guadagni non sono mai certi né garantiti.

Personalmente mi fisso una cifra cuscinetto, superata la quale preferisco uscire dall’investimento. E’ una cifra vostra, che sapete solo voi e che dipende dalle vostre finanze ma anche dalla vostra indole. Siete degli emotivi? Sapete mantenere i nervi saldi anche in situazioni di stress? Se state perdendo dei soldi, ci pensate in continuazione?

Esempio: Avete a disposizione 1000 euro? Ebbene una cifra-cuscinetto potrebbe essere 200 euro. Se si vede che le perdite superano il 20 per cento, potrebbe essere una buona idea uscire da quell’investimento.

Anche se le valutazioni da fare sono molte. C’è da capire perché quella società quotata stia perdendo così tanto e se ci sono margini di risalita. Cosa dicono le banche d’affari? Qual è il target price?

Se non siete pratici, le cose da studiare e seguire,  come vedete, sono tantissime e allora, torniamo al discorso di cui sopra: vale la pena affidarsi a chi queste cose le fa per lavoro.

Perché ragazzi, è un lavoro!

Sarà anche per questo che ho smesso di seguire come una volta la Borsa! Non ho tempo.

A proposito: come si fa a capire se è una società che gestisce il nostro denaro è affidabile oppure no?

Sembra una domanda stupida eppure a guardare Striscia la Notizia e vedendo tutta quella gente che costantemente si fa fregare i soldi da fantomatici maghi della finanza, forse forse…tanto stupida non è.

In conclusione,  quello che voglio dirvi in questo post è che non servono cifre enormi ma si può cominciare con poco, avere pazienza e infine provare a  essere costanti con i versamenti. Fino al raggiungimento dei vostri obiettivi.

Portare il figlio al lavoro, SE OGGI i colleghi TI GUARDANO male

L’altro sabato ho portato Flor a tagliare i capelli in un parrucchiere cinese. Nella mia zona ce ne sono davvero tantissimi, tra bar, sartorie, lavandarie, parrucchieri e manicure. Sono così numerosi che si fanno concorrenza a vicenda e dunque hanno imparato a curare anche di più l’estetica, il mobilio e la pulizia che un tempo, ammettiamolo, lasciava un po’ a desiderare.

bambini al lavoro parrucchiere cinese

Ci vado perchè si spende poco, sono velocissimi e perchè non è richiesto alcun tipo di dialogo, senza che nessuno si senta in difetto. Ovviamente restano le buone maniere: buongiorno, buonasera, grazie, prego e naturalmente lo scontrino. Per questo pago un po’ di più rispetto ad altri negozi cinesi vicini, ma trovo giusto premiare chi rispetta le regole.

Ma quello di cui voglio parlarvi oggi è altro.

Mentre tagliavano i capelli a Flor, non potevo non notare in negozio la presenza di un bambino molto piccolo, che avrà avuto 8-10 mesi e di una bambina di 10-11 anni. Entrambi cinesi, figli o parenti di qualche lavorante.

Mi è tornato alla mente di quando anche io, il sabato, accompgnavo mia mamma al lavoro. Capitava anche quando per qualche motivo la scuola era chiusa. Ricordo che mi piaceva molto andare con lei piuttosto che stare l’intera giornata davanti alla tv. Aiutarla mi faceva sentire importante e certamente non ero un peso ma più una piccola mascotte per tutti i suoi colleghi. Avrò avuto 8-9 anni, credo.

Mia madre, prima di andare in pensione, faceva la bibliotecaria presso il Comune di Milano.

Il sabato, per esempio, capitava che stesse alla postazione fotocopie della biblioteca Sormani di Milano, una delle più grandi d’Italia; per otto ore si trattava di fotocopiare le pagine di pesantissimi tomi che gli studenti davano in consegna agli addetti, cioè a mia madre e altri ancora. Un lavoro parecchio pesante come potete immginare. I macchinari non erano tanto veloci come adesso, i toner molto più difficili da maneggiare.

Ebbene a me piaceva fare le fotocopie, come piacerebbe a qualunque bambino. Mi piaceva anche quando poi venne trasferita al Bibliobus, una sorta di biblioteca ambulante per coprire le zone periferiche dove non c’erano punti di prestito.

Perchè vi dico questo?

si possono portare bambini al lavoro
Anche Tiara è venuta ad accompagnare la sorella a tagliare i capelli. Lei non è anocra mai andata dal parrucchiere

Perchè in quel negozio cinese sono rimasta piacevolmente sorpresa nel vedere come tutti a turno si prendessero cura dei bambini. Parenti e non. Era una cosa normale, naturale. Chi era libero, andava dal bambino – che non restava mai solo ovviamente – a coccolarsi il bebè.

Una volta era normale anche da noi una cosa del genere. Adesso i bambini al lavoro sono un peso, mal sopportati, soprattutto da chi non ne ha. Ovviamente, si generalizza perchè lo capiamo tutti che un operaio metalmeccannico non potrebbe portarsi il figlio in fabbrica…vero?

Se oggi mia madre lavorasse ancora per il Comune di Milano, dubito che potrebbe portare Flor con sè, la mia bimba di 7 anni (sua nipote insomma). Ci sarebbe chi parlerebbe di sfruttamento minorile, chi tirerebbe in ballo le assicurazioni e le responsabilità correlate, chi sarebbe proprio infastidito dalla presenza di un bambino…chi andrebbe a riferire subito al dirigente.

CHE PALLE!

Insomma, per certi versi, è vero che un tempo si stava meglio.

C’era una solidarietà che oggi non c’è più e che hanno conservato invece altre popolazioni.

Qui da noi persino i nonni non ne vogliono più sapere di rivestire il ruolo che gli spettava una volta: aiutare i figli nella gestione dei bambini. Vogliono fare la loro vita (che è anche giusto, per carità…), e così tocca chiamare le baby sitter!!!

Che poi, io che ho la fortuna di fare un lavoro che mi permette di stare a fianco alle mie bimbe, e lo vedo cosa fanno la maggioranza delle baby sitter al parco: si siedono sulla panchina, capo chino sul cellulare, fino a quando è l’ora di incamminarsi verso casa.

Sono poche quelle che si mettono a giocare coi bimbi, che controllano cosa stiano facendo…insomma, scusate se non mi fido!

Però mi rendo conto che oggi, spesso, un’alternativa non c’è. Anche voi, quando eravate piccoli, ogni tanto andavate al lavoro con i vostri genitori senza che nessuno chiamasse Telefono Azzurro?